Opere / Artworks

DANIELA FORCELLA : REGINA DI CUORI

(Cose pensate, sentite, viste, sognate)

Testo critico di Alan Jones

[…] In quella parte – dove sta memora
prende suo stato, – sì formato,
come diaffan da lume, – d’una scuritate
la qual da Marte – vène, e fa demora;
elli è creato – ed ha sensato – nome,
 d’alma costume – e di cor volontate. […]

(Guido Cavalcanti, Donna me prega)

Se la mente medievale è stata organizzata secondo sistemi, emblemi e allegorie, tutti a servizio della Memoria, madre delle nove Muse, così anche l'approccio di Daniela Forcella al simbolo, o più precisamente all’Emblema, abbonda di archetipi junghiani. Allo stesso tempo possiede molte caratteristiche comuni alla natura iconica Pop del lavoro di Andy Warhol (iconica nel senso più stretto del Cattolicesimo Orientale, date le origini slave della famiglia di Andy Warhol). L'iconografia forcelliana si forma, come in Warhol, attraverso un processo di semplificazione, che si concentra sul fattore di riconoscimento di questa immagine nella sua versione più elementare possibile. L'immagine si sforza di realizzare un istante della “banca iconica” della nostra memoria; l’indagine che l’artista esegue è per ideare un formulario universalmente leggibile.

Per Warhol questo potrebbe significare riprodurre all'infinito i marchi di prodotti comuni del supermercato. Per Daniela Forcella può essere invece il ‘segno’ semplificato, una testa di un uomo di profilo, che rimanda velocemente al suo nome come accade per i simboli internazionali incontrati negli aeroporti, o come accade, altrettanto spesso, per il cuore umano, geroglifico universalmente riconoscibile più come un “appoggio emotivo” che un organo fisico.

Questo simbolo è immancabilmente presente sui biglietti di auguri per San Valentino, nelle rappresentazioni scultoree o pittoriche del Sacro Cuore, persino nei graffiti di adolescenti realizzati nel tempo libero, dove, inciso sul tronco di un albero il cuore viene penetrato dalla freccia infallibile di Cupido. Si potrebbe incontrare il rustico simbolo del cuore nelle decorazioni dei mobili Weinstuben, o nell’accogliente loggia per gli sci Tyrolia. Infine, nel caso di Milano, tutto quello che bisogna dire è il suo famoso motto:

“Milan coer in man”
('Milano, il cuore in mano').

Antropologi futuri potrebbero un giorno voler ripercorrere la migrazione che ha fatto il geroglifico inventato da Milton Glazer - nato anche con il simbolo Smile - fino a divenire un simbolo già imitato in tutti i paesi del mondo per diversi decenni:

“I  NY”.

Daniela Forcella, attraverso l’uso del simbolo, richiama alla mente il mondo intricato dell’araldica, un sistema di segni rebus non dissimile dal nostro, che persino al giorno d'oggi presenta bandiere che annunciano l'identità degli Stati nazionali, o ancora una simbologia, subito riconoscibile, impiegata in loghi coorporate e simboli di prodotti protetti da copyright. L’araldica medievale, d'altra parte, è stata creata da un’evoluzione accumulativa che avrebbe immediatamente mostrato la discendenza combinata di un guerriero nobile e dei suoi cavalieri.

.  .  .

La prima pittura da cavalletto era fatta di tavole in legno su cui veniva tesa una pelle. Il cavalletto poteva essere trasportato facilmente dal braccio sinistro grazie ad un cinturino di pelle o ad una maniglia sul retro. La mano destra così era libera di impugnare una spada o lancia.

Lo scudo è stato la prima e più importante superficie su cui pubblicizzare quello che originariamente era chiamato semplicemente "segno" e che in seguito divenne noto come stemma, cresta, distintivo, insegna, emblema, dispositivo. Oggi la superficie di uno scudo si riferisce all’araldica come suo 'campo', sulla quale è dipinta la lingua altamente codificata dei segni distintivi.

In ogni stemma, secondo le regole di base della pittura araldica, l’oro o l’argento rappresentati da giallo e bianco, devono apparire almeno una volta. Essi sono chiamati i "metalli", utilizzati in alternanza con i "colori", in ordine di frequenza: rosso, blu, nero e verde. Qualsiasi simbolo posto sul “campo” di uno scudo si chiama carica. I colori possono essere impiegati per lo sfondo dello scudo o per la colorazione di una carica. In ogni caso le aree rimanenti devono essere rese con il metallo, ed è corretto per un “campo” che presenta qualche modello geometrico fare una parte in metallo.

Nel linguaggio astratto dell’araldica cariche di ogni genere potranno essere “caricate” e “controcaricate” (in perenne variazione; presentano successioni e combinazioni di simboli, uniti da punti anti-nodali, da linee, da quantità, in quella che viene definita la ' divisione del campo ', un corteo inesauribile, come ci ricordano le mosse sulla scacchiera duchampiana. Caricate, controcaricate ed emblematiche, immagini con schemi precisi galleggiano sempre al centro del “campo” delle opere di Daniela Forcella.

Questa lingua è antica quanto la scrittura. Daniela Forcella dimostra un linguaggio fluente in questo sistema primordiale di vasta invenzione simbolica e proprietà intercambiabili, un linguaggio elementare che condivide la stessa immagine e il suo impulso radicale, fonte di tutti gli alfabeti, geroglifici e ideogrammatici.

.  .  .

Il modo in cui Daniela Forcella ordina un insieme di segni variamente intercambiabili, ad esempio l’occhio, la testa ed il cuore, si presenta come un proprio linguaggio araldico astratto, un sistema schematico di una simbolica invenzione di combinazione ed intercambiabilità, di una vasta gamma di proprietà emblematiche. La sua simbologia, unica nel suo genere, prende forma creando oggetti attraverso l'uso di forme semplici, ridotte all'essenziale, a colore e superficie di supporto. Giunge così a rappresentare un costante ed elementare trampolino che anima il lavoro.

Grazie alla sua manualità attua molteplici manipolazioni, possibili per la sua toybox creativa formata da puntelli superficiali. Come il poeta Jean Cocteau disse una volta: “Un pittore non può mai avere troppo pochi colori sulla sua tavolozza, un poeta troppo poche parole nel suo vocabolario, e un compositore troppe poche note sulla sua tastiera”.

In un atto di equilibrio di una materialità trascendente questi soprammobili loquaci, pieni di animazione e di balzante esuberanza, emergono con leggerezza ludica dal suo atelier, privo di una noiosa routine e di un’accettata abitudine. Una traccia teatrale di Glee si libra nell'aria: si potrebbe dunque facilmente immaginare Daniela Forcella che progetta l'arredamento per qualsiasi tipo di balletto, da Till Eulenspiegel a Pierino e il Lupo. Ma quale posto migliore per iniziare se non dalla Petruschka di Igor Stravinsky?

La miscela di ingredienti di Daniela Forcella dimostra la sua adesione a questa apparentemente semplice ricetta. Questi oggetti emanano un calore proprio; modificano gli ambienti in modo intuitivo attraverso copiose ed occulte fonti interne di forma, colore, spazio, temperature e persino di umidità che sembrano quasi modificare e regolare il movimento degli occhi e del battito cardiaco.

Il mantra della ripetizione, della variazione del ritmo e della reiterazione del tema rafforza il flirt ben equilibrato con ciò che è funzionale: Daniela Forcella attraverso la sua sonorità materiale e una certa simbolica 'linea melodica' fa risuonare il suo lavoro con un fragore Minoan: una cromosfera significativa, magnetizzata in ogni momento, sempre intensa.

.  .  .

“Vedo un momento che verrà presto, quando le persone non saranno più classificate in base al commercio che praticano”' scrisse Alberto Savinio nel suo libro “La nascita di Venere” del 1918: "Non ci saranno più poeti, pittori, compositori. Ci saranno solo individui la cui espressione è in grado di raggiungere tutte le possibili forme concrete qualsiasi assumibili, in base a cosa le loro menti hanno pensato...”.

Daniela avanza lungo questa strada creativa con allegria, esuberanza incontenibile e una solarità ottimista che il mondo ha bisogno più che mai.

Alan Jones,
Milano, 2015